L’Erbario delle fate

“L’Erbario delle fate” (L’herbier des fées, 2015) è la ricostruzione immaginata del taccuino del botanico russo Aleksandr Bogdanovich, nato nel 1876 a San Pietroburgo.

Orfano, a sedici anni è ammesso all’Università Agronomica di Mosca. Le sue doti eccezionali richiamano l’attenzione dell’Imperatore, che lo fa entrare nel segretissimo Gabinetto di Scienze occulte di Rasputin, mistico russo, che nel 1914 gli commissiona un elisir d’immortalità. Bogdanovich si reca così nella foresta di Brocéliande, in Bretagna, e si fa costruire un alloggio-laboratorio in legno ispirato alle isbe russe.

Scritto da Sébastien Perez e illustrato da Benjamin Lacombe, nel libro troviamo gli appunti e gli schizzi del botanico russo sui suoi esperimenti, inframezzati da alcuni scambi epistolari con la moglie Irina e con Rasputin.

All’inizio a prevalere è l’approccio analista sperimentale, unito a un certo scetticismo che ritroviamo ad esempio quando Bogdanovich fa la conoscenza di Léopoldine, “guaritrice ufficiale di questi paesani superstiziosi”, dall’aspetto arcigno, che inizialmente si mostra reticente a fornire troppe informazioni sulla foresta, che lei conosce meglio di chiunque altro, e in cui si avventura senza il minimo timore.

Ma presto il tono cambia, e con esso anche il tratto grafico… la prima sensazionale scoperta avviene quando un esserino anfibio che si annida in una pianta di felce cattura la sua attenzione, questi sembra avere lunghi capelli verdi ondeggianti sull’acqua, e dopo alcuni esperimenti la sua presenza pare addirittura decuplicare l’efficacia terapeutica della pianta stessa. Bogdanovich lo rinominerà Pilularia Animans, e sembra non appartenere a nessuna specie nota. Via via il tono del botanico muta completamente registro, e le annotazioni scientifiche lasciano spazio a descrizioni fantastiche di un mondo da lui scoperto e vissuto in modo totalmente nuovo rispetto ai primi giorni dal suo arrivo.

“Sembrerebbe che ogni pianta della foresta sia abitata da una specie sconosciuta”… Tutti questi esseri sembrano infatti avere una pianta simbiotica in cui vivono, e che dà loro tutto il nutrimento di cui hanno bisogno.

L’Aruma animans ad esempio è un essere non più grande di una capocchia di spillo rintanato in fondo ad un fiore tubolare, il cui scheletro interno lo avvicina alla famiglia dei mammiferi, rendendolo il più piccolo, per quel che si sa!

Con queste creaturine il botanico comincia ad interagire, descrivendone il carattere e l’indole: l’Helleboria, 0,5 cm, rifugge i raggi del sole, è propensa al dialogo e allo scambio, mentre la Garofaregina, che abita la pianta da cui prende il nome, ha la facoltà di volare, è calorosa e accogliente, i Poligoni Anfibio, calmi di giorno, di notte ondeggiano per metà fuori dall’acqua animandosi in un balletto acquatico.

 

 

“Sembrava che la piccola creatura della pianta si lavasse il viso e si spogliasse a poco a poco della sua crisalide dissimulandosi dietro il fogliame.”

A un certo punto, il botanico giunge a un livello di empatia tale con questi esseri da esprimere rimpianto per le sue sperimentazioni invasive dei primi tempi: “Adesso sono certo che questi esseri sono molto più che animali; sono dotati di pensiero. Mi dispiace per i miei esperimenti” e avanza l’ipotesi di essere entrato in contatto con le fate che affollano le leggende popolari bretoni.

In una lettera alla moglie si confida raccontandole del mondo nuovo che gli si è offerto, descrivendole gli esserini come creature gentili, fragili e “indispensabili alla magia della foresta” e che per questo non intende né distaccarsene, né consegnarle al suo Imperatore, perché questo mondo va protetto.

 

 

 

La moglie Irina lo supplica di ritrovare il lume della ragione, di lasciar perdere tali chimere e allucinazioni e di tornare a casa, dopo quasi due anni di assenza e in un periodo che vede la rivoluzione russa alle porte e lo scoppio della prima guerra mondiale imminente.

All’appello accorato della moglie si aggiungono le minacce di Rasputin, che non avendo più sue notizie da mesi, teme che questi gli nasconda qualcosa, magari di aver trovato l’elisir di immortalità, e gli intima di tornare in Russia se non vuole che il Male si abbatta su di lui e la sua famiglia. Ma il botanico, sereno, gli risponde che ormai lì dov’è nessun male potrà mai giungere, “ho scoperto un piccolo mondo meraviglioso e mi ci sono affezionato tanto che non posso risolvermi a consegnarlo al vostro spaventoso e crudele disegno. Proteggerò le mie fate con tutte le forze, costi quel che costi”.

 

 

 

 

E di lui, alla fine del libro, vediamo attraverso titoli di giornale e piccoli articoli, che si perdono le tracce. Di Aleksandr Bogdanovich non si sa più nulla dal settembre del 1915. C’è chi afferma di averlo visto parlare da solo, preda dell’alcol nell’ultimo periodo, e poi un misterioso ritrovamento di un piccolo rifugio in mezzo agli alberi, il cui interno sarebbe stato incendiato, volutamente, per non lasciare alcuna prova degli esperimenti effettuati al suo interno…

 

 

Un libro meraviglioso, firmato da due autori che insieme danno sempre vita ad opere magiche dai tratti surrealisti, che immergono il lettore in mondi onirici, fiabeschi e sublimi. Vorrei ricordare “La piccola strega” (2017), “Madame Butterfly” (2015), “I Supereroi detestano i carciofi” (2015), “Frida” (2016), “Il mago di Oz” (2019), “Vite di gatti straordinari” (2020), “Vite di cani illustri” (2020), tutti editi da Rizzoli.

“L’erbario delle fate”, Rizzoli, 2015

Età di lettura consigliata: dagli 8 anni (ma poi dipende sempre dal lettore…)